25 novembre

Tremavo. Avevo paura e mi tappavo le orecchie, nel buio della mia stanzetta, per non sentire quelle urla. Mi nascondevo sotto il letto…e tremavo. E quasi non respiravo. Una porta sbatteva e poi il silenzio. Contavo fino a cento e lentamente uscivo, in silenzio, e sentivo i singhiozzi di mamma. Andavo in cucina e lei piangeva, le sue lacrime uscivano dai suoi occhi lividi, scorrevano sulle sue guance rosse e si mescolavano a quel rivolo di sangue che talvolta le usciva dalle labbra.
Mi avvicinavo a lei, la abbracciavo.
“Non piangere mamma” – le dicevo- “ci sono io”.
E lei mi sorrideva, mi accarezzava e mi diceva:
“non ti preoccupare amore mio, sto bene, non è niente…è che papà a volte é un po’ nervoso” e si alzava e andava a prendere del ghiaccio in frigorifero. Ma io non capivo il perché di tanto nervosismo del papà. Proprio non lo capivo il perché doveva prendersela con la mamma.
E così una, dieci, cento volte… fino a quel giorno, quel terribile giorno.
Quel giorno i rumori che sentivo dal buio della mia stanzetta furono molto più forti. Uno di questi non lo dimenticherò mai, fortissimo, come il botto di un fuoco d’artificio nelle giornate di festa. E poi più niente. Nemmeno i singhiozzi. Aprì la porta della mia stanzetta ed andai in cucina come al solito. E lì che vidi la mamma, per terra…c’era tanto sangue…ed il papà era lì, in piedi con una pistola in mano. Io urlai così forte come non ho mai urlato in vita mia… e scappai, mi rinchiusi nella mia stanza e piansi. Era la prima volta che piangevo… Non avevo paura ma piangevo e tremavo. Non so cosa sia successo né quanto tempo sia passato da quel momento… dovevo essermi addormentato. Mi hanno trovato sotto il letto quegli uomini in divisa… dietro di loro la nonna. Aveva lo sguardo vuoto la nonna, come chi si incanta a guardare pensieroso il niente. Come chi tenta di mettere ordine tra mille pensieri e si smarrisce in essi. Ma io ero solo un bambino, non capivo nulla delle responsabilità e del dolore di una madre che perde una figlia e deve farsi forte per suo nipote. Non sapevo che non avrei più rivisto nemmeno il mio papà. L’unica cosa che sapevo é che da allora la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Ero diventato un bambino speciale…mi chiamavano “orfano speciale”.

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Respirando l’infinito

Se guardi solo verso te stesso non scoprirai mai il bello che c’è intorno a te. Se guardi solo ai tuoi passi non scoprirai mai la magia del cielo stellato, soffocherai chiuso in una scatola di solitudine. Ma se guardi dentro te stesso e poi ti cerchi negli altri, se guardi ai tuoi passi e poi ti fermi a contare le stelle, respirerai l’infinito.

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Sarò per te

Sarò per te presenza discreta, sarò per te respiro, sarò per te mano che guida, braccia che accolgono, parole che confortano. Sarò per te sonno tranquillo, sarò per te risveglio sicuro. Sarò per te sorriso, spalla su cui piangere. Sarò per te letto su cui abbandonarti e riposare. Sarò per te il faro che ti condurrà in un porto sicuro.

Troppo pieno

Chi è troppo pieno di sé si aspetta che gli altri capiscano i suoi pensieri inespressi, le sue intenzioni nascoste, i suoi sentimenti non palesati. Tutto deve essere un movimento degli altri verso di lui/lei, tutto deve essere uno sforzo degli altri nel capirlo/a. Chi è troppo pieno di sé non ha spazio per gli altri. Chi è troppo pieno di sé raramente apprezza sinceramente gli altri o raramente dimostra il suo apprezzamento. Fermatevi dunque, quel passo avanti per cercare di interpretare non fatelo più. Fermatevi dunque, smettete di aspettare un suo sincero riconoscimento. Non arriverà mai. Nelle relazioni o ci si incontra a metà strada o ognuno rimarrà fermo nella sua distanza dall’altro. E che relazione è quella in cui non ci si incontra mai?

Le parole non dette

Dovresti sempre dire tutto quello che vorresti dire a chi lo vorresti dire…..perche’ le parole non dette scavano dentro dei solchi sempre più profondi. Perché le parole non dette sono il veleno dell’anima, le parole non dette interferiscono col battito del cuore, lo alterano, lo fanno saltare, lo fanno sentire….che è cosa strana sentirlo, il cuore, ché lo diamo per scontato il più delle volte. Ed invece è lì ed ogni tanto si fa sentire per ricordarti che c’è e per ricordarti di dargli tregua…di buttare fuori dalle labbra quelle parole che lo soffocano. Di urlarle al cielo, al mare, alla luna e di farle portare via dal vento verso le orecchie di chi e’ lontano e che speri sia pronto ad ascoltarle, a raccoglierle e a restituirtele, un giorno, con tenerezza. O, se sei fortunato, di sussurrargliele…..perche’ le parole sussurrate arrivano dritte all’anima.

La rinuncia

…che poi quello che vorrei è solo che tu possa essere la prima persona alla quale augurare una buona giornata al mattino e una serena notte la sera, il primo al quale raccontare un momento di gioia, un mio successo. Quello che vorrei è sapere che ci sei per me. Ciò che vorrei è essere per te tutto quello che io vorrei tu fossi per me. Perciò, ti prego, rinuncia a me.

IL CANTO

Lentamente
nelle lacrime che si fanno mare
sciolgo il ricordo di te
diluendo così il mio dolore

La mia nenia a te arriva
alle non più sorde orecchie tue
a te che da me sei via
percorrendo strade non più buie

Infilo perle di note
che da lamento sciolto
in collane di voce
diventan canto

Il mio gemito pacatamente gioioso diventa
annienta così la tua assenza
di speme una sorgente alimenta
e profumo ha di resilienza

Tutto ora sa di primavera
il mare, il cielo, il vento
il dolore divenuto cera

seme di rinascita
di nuovo vanto
di vita che palpita